Io sono Alessandro Mazzola e questo piccolo tocco di magia sono i miei baffi!”. 
Parafrasando la celebre frase di “Mortdecai” potrebbe essere questa la presentazione di Alessandro, per tutti Sandro, Mazzola. Classe 1942, fulcro della celebre filastrocca che tutti gli amanti del bel calcio, al di là dei colori, conoscono: “Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Domenghini, Suárez, Corso”. Sì perché quel baffuto e longilineo torinese di nascita, e milanese, pardon nerazzurro, di adozione è l’Inter. 
Da giocatore ha contribuito a renderla “Grande”, diretto dal maestro Helenio Herrera, e da dirigente ha cercato, invano, di replicarne i fasti; celebre l’acquisto di Ronaldo, quello vero, il “Fenomeno”.

Eppure Sandrino, prima di diventare Sandro Mazzola era solo il figlio di Valentino, celebre fuoriclasse del “Grande Torino” i cui sogni, insieme a quelli di tutta la squadra, si spensero tragicamente sulla collina di Superga il 4 maggio 1949. L’infanzia vissuta tra indigenza, dolore e desiderio di rivalsa fu nefasta per Mazzola jr.. Ma la notte è più buia subito prima dell’alba e così, grazie a Benito Lorenzi, discolo calciatore e amico fraterno del compianto Valentino, Sandro capì, dopo alcuni mesi nella pallacanestro, che il calcio scorreva inevitabilmente nelle sue vene e con un padre così non sarebbe potuto essere altrimenti. Era il 1961. 
Negli anni il suo sorriso sincero e le sue ammalianti gesta sul rettangolo verde hanno più volte trionfato sulle malelingue che lo soprannominavano “Mazzolino” e vedevano in lui solo un gracile raccomandato. Il tutto accompagnato sempre da quello sguardo sagace, dal suo baffo fiero e da un talento cristallino che l’ha reso un simbolo anche fuori dal campo in un periodo in cui, purtroppo, la storia si scriveva spesso con il piombo delle pallottole.

Difatti nel 1968 lui e la sua dolce antitesi Gianni Rivera, fondarono l’AIC, l’Associazione Italiana Calciatori a tutela legale dei loro colleghi. Due geni illuminati. E proprio intorno alla bandiera rossonera Giovanni, detto Gianni, Rivera è legata parte della storia di “Baffo”. 
Sì perché Sandro e Gianni avrebbero anche potuto dipingere calcio sulla stessa sponda del Naviglio, quella nerazzurra, se solo nel 1959 Angelo Moratti avesse seguito il consiglio del navigato Benito Lorenzi, il Pigmalione della nostra storia. “Veleno”, come veniva amabilmente soprannominato ai tempi delle scorribande con la “Beneamata”, all’epoca giocava nell’Alessandria, squadra genitrice di Rivera, e, ammaliato dalle gesta del giovane Gianni, spinse il patron dell’Inter a fargli firmare un compromesso. Moratti padre accettò, ma delegò superficialmente a un collaboratore il compito di rinnovarlo. Risultato: il Milan, da tempo su “Abatino” che inventò la figura del rifinitore, fu più lesto e, dopo un provino a Linate gestito dal Campione del Mondo Schiaffino, lo tesserò in aeternum portandolo a diventare il primo Pallone d’oro italiano nel 1969. 
Forse era destino, probabilmente “Eupalla” decise che Sandro e Gianni dovevano essere opposti della stessa sostanza, il nerazzurro e il rossonero e che solo l’azzurro della Nazionale li avrebbe potuti, seppur a tratti, unire.

Furono anni di partite al cardiopalma, di gol da cineteca, Derby intensi che trasformarono il Meazza in un girone dantesco, Campionati del Mondo ed Europei in cui i due astri del calcio nostrano, accantonarono il proprio ego, per miscelare le loro doti a servizio di una causa comune. 
Questo prezioso e nitido filo rosso li ha legati a tal punto che, nel 1977 per il passo d’addio, Sandrino, con i suoi baffi spioventi, scelse la finale di Coppa Italia proprio contro il Milan di Gianni Rivera. Era il 3 luglio, San Siro era torrido, non solo per l’estate che si palesava prepotente, ma perché ognuno dei 77mila presenti era cosciente che al triplice fischio si sarebbe conclusa un’epica pagina di sport e di vita. Non c’erano telefonini multifunzione a fare da filtro con la realtà, chi c’era ha vissuto quei 90’ con i suoi occhi scattando istantanee che tutt’oggi parlano più di qualsiasi foto in hd. 
Poco importò il risultato (Milan 2 Inter 0) perché quel giorno Sandro Mazzola ha detto “stop” e con lui se n’è andata anche una parte di Gianni, che infatti, praticamente un anno dopo, si ritirò. “Vuolsi così, colà, dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare…” rispose “Baffo” al microfono di Beppe Viola a fine partita citando i versi che Virgilio, nella Divina Commedia, indirizza ai dannati per fare strada a Dante. 
Fu l’ultimo dribbling di Sandro Mazzola, un guizzo d’autore, una saetta nel cuore. 
Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo e con i loro ritiri ha cominciato a perdere gradualmente quell’alone di epicità conseguito negli anni. Sogno presto di rivedere un nuovo Sandrino scorrazzare per il rettangolo verde nobilitandolo dentro e fuori con tocchi sopraffini e accarezzando magari un baffo intrigante. 
Mazzola ha un nipote di 7 anni che gioca bene al pallone. 
Si chiama Valentino. Io credo nel destino…e voi?