L’ex difensore centrale della Juventus e della Nazionale si è concesso ai microfoni di “Casa Baggio” e “GazzaMercato” ricordando i suoi primi calci al pallone e quel tanto discusso Juve – Inter del ’98. In tutto ciò conserva sempre il suo senso dell’umorismo con un occhio vigile su ciò che sarà dei “suoi” bianconeri in Champions e della sua carriera da allenatore.
Da dove è partito e dov’è che ha capito che il calcio sarebbe stato il suo mestiere?

“Ero un ragazzo che cercava di invertire la tendenza visto che sono nato in una famiglia molto semplice. Ho avuto molta abnegazione che mi ha permesso di crescere nel settore giovanile della Salernitana da dove son riuscito ad andare in prima squadra, grazie anche a una serie di infortuni dei titolari molto spesso procurati da me (ride, ndr). E così, nel 1991, ho esordito in Serie B e mi sono consolidato grazie anche alla fiducia di Burgnich. La mia carriera è stata un continuo sali-scendi, anche a causa di alcuni infortuni che comunque mi hanno permesso di andare a giocare nella mia squadra del cuore: la Juventus”.

Il bianconero divenne la sua seconda pelle soprattutto dopo il gol scudetto del ’97…

“A Salerno io e Fresi eravamo due centrali meravigliosi, mezza Serie A ci voleva. Nel ’95 lui scelse l’Inter, l’anno dopo io andai alla Juventus che inspiegabilmente decise di investire su di me (ride, ndr). Il primo anno mi presero in prestito ed io, pur avendo proposte contrattuali più solide, scelsi loro senza pensarci troppo. Quel gol lo ricordo ancora, come non dimentico le numerose vittorie e le altrettanto brucianti sconfitte che ci hanno reso più forti. Ogni giorno passato a Torino è stato emozionante e formativo, sono arrivato ragazzo e me ne sono andato uomo”.

Un legame consolidatosi anche dopo quel 26 aprile 1998…20 anni dopo, con il Var, sarebbe stato rigore?

“Non lo so…posso dire che l’azione è dubbia. Comunque non dimenticate mai che il Var dipende dalle persone e lo si vede anche oggi… Tutto ciò ha scatenato accese discussioni sui media italiani finanche in parlamento, sfiorando una crisi istituzionale ai vertici della Federcalcio. Ho fatto la storia (ride, ndr)”.

Cos’è cambiato dopo l’addio alla Juventus nel 2005?

“Lasciare quei colori fu per me un dispiacere. Ero un giocatore stanco e in più avevo tante difficoltà familiari, mio figlio aveva dei problemi alla pelle e pertanto dovevo trasferirmi in una città di mare. Dovevo lasciare Torino e scelsi di non vestire nessun’altra maglia in A che non fosse quella della Juve. Andai a Maiorca fiero di tutto ciò che avevo fatto e vinto in bianconero nonostante non sia riuscito a vincere la Champions. Da allora non ho più avuto la cattiveria giusta per mantenermi ad alti livelli”.

La banda di Allegri può raggiungere l’agognata Coppa Campioni che insegue dal ‘96?

“Hanno fatto un mercato estivo oculato che sta portando i suoi frutti. In Italia spadroneggiano in lungo e in largo, certo è pero che questa benedetta coppa la inseguono fin da quando c’ero io (ride, ndr). Nelle ultime due finali che hanno giocato non potevano dare di più in quanto le avversarie erano di un altro pianeta. Barcellona e Real Madrid avevano dei singoli che non potevano competere con i bianconeri. Adesso il sorteggio lo vedo più favorevole e sono sicuramente più consapevoli e con il miglior Dybala non hanno rivali verso il trionfo”.

Perché l’esperienza al Partizan Tirana, con Luciano Moggi D.G., si è conclusa anticipatamente?

“In partenza avevo le mie titubanze ad accettare quest’offerta e in corso d’opera mi sono reso conto di quanto le mie sensazioni fossero giuste. Perché purtroppo in Albania è concesso a calciatori, dirigenti e presidenti di scommettere sulle partite. E tutto ciò mi ha più volte messo in difficoltà perché era un ambiente condizionato e dove quindi non si poteva lavorare serenamente. Troppe partite, secondo me, hanno avuto esiti sospetti. Successivamente ho rifiutato diverse proposte da Serie B e C. Adesso voglio prepararmi per tornare a dare il massimo”.