Il 24 maggio del 2009 ero di fronte al televisore. Scosso, emozionato, frastornato. Un po’ per la punizione di Totti che ci aveva purgato (ancora), un po’ perchè stavo assistendo ad un momento storico, terribile. Fin da piccoli ci si identifica in dei giocatori, la maggior parte di questi tende ad abbandonare la propria squadra e a trasferirsi in qualsiasi campionato del mondo. Altri (pochi, pochissimi), invece regalano storie uniche, legate da sentimenti indimenticabili e indissolubili, impermeabili a qualsiasi assegno o ambizione. Tra questi, le cosiddette “bandiere”, c’è un cognome che è scolpito nella roccia: Maldini. Sei lettere, precedute da due nomi diversi in due epoche e millenni diversi. Cesare e Paolo, padre e figlio, milanisti dentro. Il primo e l’ultimo capitano ad aver alzato la Coppa dei Campioni con la maglia rossonera. Maldini per me era una certezza, tatuata con quei colori rossoneri addosso, una figurina immortale ed immutabile che resisteva ad ogni nuovo anno che passava. Solo che quel giorno qualcosa si ruppe, qualcosa di non capibile da me, nemmeno ora che sono un po’ cresciuto. Qualcosa di assurdo, vigliacco e insensato, che ha macchiato uno dei momenti più sacri per la vita di un uomo e di uno sportivo. Dei fischi hanno squarciato l’applauso unico di oltre ottantamila persone, poche persone dalla curva rossonera hanno inquinato e preso l’attenzione di una festa sacrosanta. Di un giocatore che ha giocato venticinque anni con la stessa maglia, ha fatto il record di presenza in A, ha vinto ventisei trofei. E ha portato avanti su un braccio gli ideali e l’orgoglio di capitanare un popolo, un credo ed uno stile di vita.

 

Il diavolo e l’acquasanta. Lo spirito diabolico rossonero dentro la calma assoluta. Quegli occhi cerulei glaciali in ogni inquadratura sembravano bucare la telecamera, diffondendo serenità, tranquillità e felicità. Quella di vestire i suoi colori preferiti e di giocare lo sport più bello del mondo. Con il numero 3 sulle spalle. Da quel 24 maggio 2009 si ruppe qualcosa anche nel mio scenario immaginario, quello in cui la figurina di Maldini era sempre nuova ed immacolata, con la maglia del Milan aggiornata. Da quel giorno sono passati 3360 giorni. Fino a ieri, quando è stato ufficializzato finalmente il suo ritorno nel Milan. Un’assurdità non aver preso Maldini come dirigente dal primo minuto dopo il suo addio. Criminale, quasi. Ora giustizia è stata fatta. Dunque: bentornato Capitano.